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I Briganti in Maremma tra Lazio e Toscana


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La Maremma toscana e viterbese del XIX secolo si presenta come un territorio decisamente poco accogliente, scarsamente popolato da povera e misera gente senza lavoro e senza futuro.
I padroni, sfruttatori e senza scrupoli, si arricchivano sulla pelle degli operai ai quali non restava che arrangiarsi, ricorrendo sempre più spesso al furto e alla frode per riuscire a sbarcare il lunario. Le abitazioni non erano che luoghi fatiscenti dove sopravvivere nell'ignoranza, nella sporcizia e nell'immoralità in una situazione di precariato aggravata dall'analfabetismo dilagante.
Ad inasprire tutto ciò si aggiungeva la malaria che colpiva duramente in numerosi centri e, anche se in forma più lieve, si diffondeva a macchia d'olio nelle province di Viterbo e Grosseto. Acque inquinate, cibarie di dubbia qualità, carenza dei più elementari servizi, completano un quadro già di per sé cupo e drammatico.
È in questa situazione generale che vanno individuati i presupposti scatenanti di quel fenomeno conosciuto come "brigantaggio" quando l'intolleranza, la prevaricazione e l'innato istinto di sopravvivenza hanno avuto la meglio su ogni umana regola del vivere civile. In questo stato di cose per i disperati abitanti di queste terre la rabbia e la voglia di affrancarsi prevale su qualsiasi principio morale e se mettersi contro tutto e contro tutti può far uscire da quella sensazione d'impotenza e di sottomissione così deprimente e penalizzante, allora così sia.
Nasce così il brigantaggio, la rivolta della disperazione contro la prepotenza dei potenti e l'asprezza della natura. Il fenomeno si esaurirà nei primi anni del XX secolo lasciando spazio alla protesta civile delle masse operaie che però non otterrà che modestissimi risultati e lascerà ancora i lavoratori con pochi e insufficienti diritti e il sogno ancora irrealizzato di una vita decorosa.
Anche se per parlare del primo brigante si debba risalire nel tempo fino a prima che Roma e il suo impero facessero la loro comparsa, e un lungo elenco si potrebbe stilare nei secoli a venire, è il periodo di tempo compreso tra la fine del Settecento e l'inizio del Novecento a caratterizzare, nell'immaginario collettivo, il "tempo dei briganti".

Antonio Chiappa e Luigi Nocchia (di Gradoli, VT)
Alla fine del Settecento, presso Gradoli, si danno alla macchia. Nel 1799 uccidono un uomo in una taverna solo perché aveva criticato il loro comportamento. Anticlericali convinti, durante il carnevale del 1806, tornando ubriachi alla macchia, uccidono un frate. Solo pochi giorni dopo è il maresciallo di Gradoli a perdere la vita per mano dei due lestofanti. Venuti a diverbio si sparano; Chiappa perde la vita e Nocchia, catturato e imprigionato a Valentano, muore pochi giorni dopo in una lurida cella conosciuta come "la segreta di Nocchia". Le loro teste vennero esposte sulla porta del paese.

Giovanni Erpita (di Latera, VT)
Nato nel 1812 di indole prepotente, è capace delle azioni più turpi e malvagie, si dà alla latitanza per sfuggire alla cattura. Nel 1837, follemente invaghito di una giovane sposa, la rapisce e la sevizia per poi ucciderla quando, scovato dai gendarmi, di cui ne uccide due, gli sarebbe stata d'impaccio nella fuga. Convinto che l'artefice della spiata che lo ha fatto rintracciare sia un oste di Acquapendente, lo trova e lo uccide ficcandogli il coltello nella gola. Scovato dalle guardie papaline in un casale presso San Lorenzo, trova la morte crivellato dai colpi dei gendarmi.
Il suo cadavere verrà trascinato per le vie delle contrade e il suo corpo, a brandelli, appeso agli alberi.

Giovanni Paolo Grossi (di Valentano, VT)
Nato nel 1805, intorno ai trent'anni la sua natura malavitosa e l'avidità lo conducono definitivamente sulla strada del malaffare. Soprannominato "Fumetta", faceva il pastore di un gregge sempre più numeroso a discapito dei vicini ai quali era solito rubare le pecore. L'ampliarsi del gregge lo spinge a cercare aiuto in due soci del suo stesso stampo: Dionisio Costantini, di Villa Fontane, detto "Bustrenga" e un certo "Marintacca". Iniziano a raziare animali che poi rivendono nelle fiere.
Furti, estorsioni e ricatti dei tre lestofanti tengono in apprensione la popolazione del territorio tanto che viene incrementata la presenza dei militari. Nel 1836 Fumetta uccide un tale Baldo Cencioli ritenendolo confidente della polizia, poi i tre saccheggiano il paese e violentano le donne. Spavaldi e infingardi si spingono anche in Toscana per perpetrare i loro misfatti incutendo terrore anche nelle forze dell'ordine. Stupri, violenze, rapine si moltiplicano con ferocia e spietatezza sempre più disumana fin quando , nel gennaio del 1842, Fumetta viene accerchiato presso la Madonna dell'Eschio ed ucciso. Il cadavere del malvivente, dopo essere stato esposto nella pubblica piazza, verrà sepolto nella calce viva. Ai suoi degni compari non è riservata una fine migliore: Marintacca, venduto ai militari da Bustrenga, verrà trovato cadavere ai margini della strada per Bolsena e Bustrenga cesserà di vivere col cranio fracassato da sonore legnate.

Clemente Rossi (di Latera, VT)
Cresciuto nella macchia viene soprannominato "Marcotullio". Dove è presente lui si instaura una rissa o si scatena la lite. Un giorno, a Latera, uccide a coltellate tale Marco Rodelli senza un preciso motivo. Catturato pochi giorni dopo, viene condannato a vent'anni di reclusione; si narra che uccise il secondino ed evase indossando i suoi panni. Sevizia e uccide Angelo Rapi che aveva testimoniato contro di lui al processo e, con ricatti e azioni terroristiche, incute timore in paese e dintorni.
Viene catturato nel 1867 a Pitigliano (GR) e, prima di essere processato, si impicca alle sbarre della sua cella.

Enrico Stoppa (di Talamone, GR)
Il 18 luglio 1834 nasce a Talamone, in una famiglia senza morale e rettitudine, Enrico Stoppa detto "Righetto". Di carattere prepotente, ostinato e crudele e con il volto deturpato da una scrofola, è in continuo contrasto con tutto e con tutti. Giovanissimo diventa uno dei migliori cacciatori della Maremma e il 14 novembre del 1855, appena diciannovenne, sposa segretamente Ottavia Capacci (in stato interessante). A seguito delle continue liti familiari decide, con i fratelli, di dividere il magro patrimonio paterno ed apre un caffè a Talamone. Il progetto si rivela un fallimento ed inizia a rubare bestiame, pratica che lo conduce inevitabilmente davanti al tribunale di Grosseto. Inizia un lungo periodo di violenze, ricatti e omicidi che coinvolgono anche le forze dell'ordine che lo braccano e lo affrontano in diverse occasioni. Nel 1862 torna in Maremma dopo una latitanza di due anni ad Alessandria d'Egitto dove, per il vaiolo, perde la moglie e la figlia. Riprende la serie di delitti e numerose vendette, azioni che spingono il prefetto di Grosseto ad un atto di forza nei confronti del brigante che però non sortiranno nessun effetto.
Viene catturato, a seguito di una spiata, nella Capitale dove, dopo un po' di resistenza, confessa tutte le sue malefatte.
Certo della pena e incapace di sopportare la situazione, si lasciò morire nell'agosto del 1863. Aveva 29 anni.

Fortunato Ansuini e Damiano Menichetti
L'Ansuini, di Norcia (PG), evaso dalle carceri romane e il Menichetti, di Toscanella (l'odierna Tuscania, VT), entrambi accusati di omicidio, intorno al 1866 iniziano a perpetrare le loro malefatte in Maremma.
Dopo anni di latitanza vengono catturati, processati e incarcerati nella fortezza di Monte San Filippo presso Porto Ercole (GR) dalla quale evadono nell'aprile 1890.
Si trasferiscono tra Gradoli e Latera (VT) nelle macchie di San Magno dando il via ad una serie di atti criminali che li faranno passare alla storia come due belve sanguinarie.
Nel giugno 1891 tre militari di Latera, Domenico Argenti, Luigi Carosi e Celestino Masetti, comandati dal brigadiere Sebastiano Preta, vengono allertati ed escono in perlustrazione alla ricerca dei due delinquenti. La richiesta d'aiuto di tale Giuseppe Papi, che era stato aggredito, li fa accorrere in suoi soccorso in tempo per vedere gli aggressori dileguarsi nella boscaglia e decidere di inseguirli. Il brigadiere Preta viene ucciso sul colpo da una fucilata e inizia la sparatoria. Il Menichetti viene colpito e arrestato mentre Ansuini riuscirà a fuggire. Processato e condannato all'ergastolo il Menichetti finirà i suoi giorni presso il bagno penale di Civitavecchia (RM) mentre di Ansuini non si saprà più nulla.

Domenico Tiburzi
Il più noto brigante, anche al di fuori del suo territorio d'appartenenza, è senz'altro Domenico Tiburzi detto "Domenichino" per la sua bassa statura. Nacque a Pianiano, frazione di Cellere (VT), nel maggio 1836.
Appena sedicenne viene già considerato come uno dei peggiori elementi in circolazione e iscritto nell'elenco dei ricercati per furto. Sposa Veronica dell'Aia dalla quale avrà due figli. Accusato di varie malefatte e di omicidio finisce nel bagno penale di Corneto (l'odierna Tarquinia, VT) con una condanna a diciotto anni.
Evade, nel 1872, con altri due condannati e riprende le sue attività criminose fatte di grassazioni, ruberie, ricatti e omicidi. La banda dei lestofanti di cui fa parte Domenichino si ingrandisce come si moltiplicano le condanne emesse dai tribunali che si occupano di lui che, alla morte del bandito Biscarini, prende il comando. Appronta un decalogo di regole comportamentali e non perdona chiunque le trasgredisca. Muore la notte tra il 23 e il 24 ottobre 1896 in uno scontro a fuoco con i carabinieri di Marsiliana e di Capalbio mentre il suo degno compare Fioravanti riesce a fuggire e a rifugiarsi nella macchia tra Manciano e Pitigliano dove troverà la morte quattro anni dopo.

Pietro Antonio Pappatà, detto "Pipone"
Nato nel 1841. Si ferma in Maremma solo poco tempo ma sufficiente a combinare parecchi guai. Si arrende giocoforza ai carabinieri nel gennaio 1897. Muore in galera dove, condannato, doveva scontare trent'anni.

Angelo Scalabrini, detto "Veleno"
Un Marcantonio gigantesco che incuteva terrore solo a vederlo. Più interessato alle donne che ai polli da spennare si fece uccidere ingenuamente dal parroco di Pianiano Vincenzo Danti al quale insidiava la giovane e avvenente perpetua. Era il 1867.


Luciano Fioravanti
Nato ad Acquapendente (VT) il 12 dicembre 1857, il suo habitat è la macchia da cui trae sostentamento cacciando di frodo. Condannato in contumacia a tre mesi di galera per furto, latita tra le macchie della Maremma meridionale. Sorpreso con il suo compare Luigi Demetrio Bettinelli dai carabinieri, nel mancianese, dove si era stabilito vivendo di ricatti ed estorsioni, riesce a salvarsi dopo uno scontro a fuoco. I due incontrano il Tiburzi e il Biagini con i quali danno vita ad un'unica banda dove però emergono i dissapori tra Tiburzi e il Bettinelli con la conclusione dell'assassinio di quest'ultimo.
Fioravanti, autore dell'omicidio per ordine del Tiburzi, ne diventerà il braccio destro.
Scampato allo scontro in cui Tiburzi perderà la vita, Fioravanti si trasferisce nelle macchie tra Pitigliano e Manciano. Odiato dai contadini, ai quali insidiava le donne, e con una sostanziosa taglia sulla sua testa, finisce per trovarsi in una difficile situazione che lo porterà alla tomba.
Il 24 giugno 1900, dopo un lauto pranzo e una grossa bevuta, si addormenta nel bosco dove il suo intimo amico Gaspare Mancini di Pitigliano gli scarica il fucile sulla testa.

Altri briganti del periodo degni di nota: Antonio Magrini, David Biscarini, Vincenzo Pastorini, Domenico Biagini, Domenico Mainetti, Pietro Rossi, Brando Camilli, Antonio Ranucci, Settimio Albertini, Giovanni Turchi, Settimio Menichetti.

Tratto da "In Castro" dell'Ass. Cult. "I gigli di Castro"

Rielaborazione testi a cura di Luca Viviani

Il brigante Damiano Menichetti


Il Sentiero dei Briganti

Il Sentiero dei Briganti è un magnifico tracciato che parte dalla Riserva Naturale del Monte Rufeno e arriva fino a Vulci, in piena Maremma: un centinaio di chilometri, percorribili in due giorni, che attraversano il cuore boscoso dell’Alta Tuscia toccando le rive del Lago di Bolsena, intrufolandosi nell’affascinante Selva del Lamone e passando per le misteriose rovine di Castro.

È un percorso in linea che si sviluppa principalmente su strade sterrate. L’itinerario è percorribile a piedi, a cavallo e in mountain bike, non in auto in quanto si attraversano zone protette e sentieri. L’intero percorso si compone di 4 diverse sezioni che prendono il nome dai briganti che vivevano in questa zona.

Nella prima parte del percorso (Sentiero di Fioravanti) si costeggiano le pendici del monte Rufeno; dopo aver attraversato la valle del Paglia, si arriva al borgo di Proceno e poi si entra nel comune di Onano, il paese delle lenticchie. Nel secondo tratto (Sentiero di Ansuini) da Onano si arriva a Grotte di Castro scendendo verso le rive del lago di Bolsena nel territorio di Gradoli, terra famosa per il vino aleatico, l’olio e il Fagiolo del Purgatorio.

Nella terza parte del percorso (Sentiero di Menichetti e Tiburzi) si parte dalla strada provinciale del Lago di Mezzano per arrivare alla strada provinciale del Lamone passando attraverso Valentano e Latera. Nel quarto e ultimo tratto (Sentiero di Biscarini) dalla Riserva del Lamone si arriva al castello di Vulci​. Affascinante il passaggio nei pressi delle rovine di Castro, la città rinascimentale capitale dell’omonimo ducato farnesiano rasa al suolo nel 1649 durante la guerra tra i Farnese e Papa Innocenzo IV.

Tutto il percorso, oltre alla segnaletica direzionale, è dotato di 49 pannelli informativi su luoghi, eventi, personaggi, tradizioni e curiosità relative alle zone attraversate.

Punto di partenza: Casale Monaldesca (Riserva Naturale Monte Rufeno)
Punto di arrivo: Vulci (zona archeologica)
Lunghezza: 100 Km (80% su sterrato)
Durata: 2 giorni
Tipo di strade: strade ben battute, sentieri pedalabili, brevi tratti più impegnativi per il fondo smosso, poche sezioni su asfalto.
Difficoltà: medio, non richiede capacità tecniche particolari.



Un cartello informativo sulle rive del lago di Bolsena (lungolago di Gradoli)