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Il Gran Carro del lago di Bolsena


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Così denominato dallo scopritore ing. A. Fioravanti quando, nel lontano 1959, iniziò le ricerche subacquee in quella zona.
La località del Grancaro trae il proprio nome dalla trascorsa abbondanza di granchi nelle sue acque; a seguito di un'ipercorrezione fonetica si è generato il nome
dell'insediamento "Gran Carro", equivocando sulla presenza nelle vicinanze di un antico tracciato stradale semisommerso, inciso dai profondi solchi lasciati dal passaggio dei carri, detti "rotate".

Le indagini più propriamente archeologiche hanno progredito tra un succedersi di ritrovamenti ed ipotesi che, mentre smentivano quelli precedenti, aprivano la strada a nuove interpretazioni.

A parziale spiegazione di queste incertezze, oltre alla novità dell'ambiente di lavoro (sott'acqua!), sta il fatto che il team di ricerca era guidato da un ingegnere minerario ed era composto da maestri, studenti, periti, agricoltori, ecc. tutti volontari.
I primi archeologi ufficiali hanno dato il loro contributo a partire dal 1980.

Il sito si trova a metà della costa orientale del lago di Bolsena, tra l'omonima cittadina e Montefiascone, al centro di un'ampia insenatura circondata da un arco di colline boscose che la proteggono dai venti dominanti.
Nella fase iniziale della prima età del Ferro, con il livello delle acque ancora basso come in epoca preistorica, all'interno di questa insenatura si estendeva una vasta pianura delimitata dall'antica linea di costa (quota 296,50 m s.l.m.) coincidente con una sorta di gradino presente da nord a sud su tutta la costa orientale e denominato "cejo" (ciglio) dai pescatori locali.

I resti dell'abitato e la vicina "aiola" si trovano nel mezzo di questa vasta area pianeggiante, fertilissima per la immediata prossimità del lago, con una superficie di circa 77 ettari.
In seguito all'innalzamento del livello delle acque, il primitivo insediamento costituito da capanne, a poca distanza dalla riva, fu spostato su palafitte ed infine abbandonato definitivamente.
A fronte delle innumerevoli testimonianze funerarie della cultura Villanoviana presenti in altre regioni, questo insediamento "costituisce a tutt'oggi la più ricca riserva di dati sul fenomeno abitativo villanoviano" (P. Tamburini 1998).

Oltre al corredo ceramico domestico largamente rappresentato, di impasto nerastro più o meno lucidato a stecca ed ornato con motivi geometrici, graffiti o impressi, talvolta molto ricchi, consistente in ziri, biconici, olle, scodelle e tazze, fornelli, lucerne, macine familiari per granaglie, sono stati recuperati anche interessanti reperti relativi a varie attività artigianali come ami in bronzo per la pesca, asce, scalpelli e sgorbie per la lavorazione del legno, fuseruole e rocchetti per la filatura della lana o della canapa, bollitoi e filtri per la lavorazione del latte, pesi per la tessitura al telaio, forme di fusione e crogioli per la metallurgia del bronzo, grossi scarti di fornace testimonianti la lavorazione e la cottura della ceramica sul posto.

Questo ingente patrimonio (oltre 4.000 reperti) proviene dal recupero in superficie di appena il 10% dell'estensione dell'abitato.
Ma non basta! Con un saggio stratigrafico sono stati attraversati vari strati archeologici, anche con due livelli di incendio, fino alla profondità di metri 1,10 senza giungere ad un livello sterile.
Il rilevamento topografico di dettaglio della disposizione delle palafitte (sempre limitato al 10% dell'abitato) ha permesso di accertare che, dopo una prima fase di capanne a terra, innalzandosi il livello del lago (fine del IX sec. a.C.) gli abitanti furono costretti a salire su un impalcato di pali disposti secondo allineamenti paralleli (palafitte), orientati NE-SW, distanti fra di loro circa 3 metri e trasferirsi poi in un altro sito.
Le palafitte fino ad oggi rilevate sono in numero di 456, pari a circa 6 pali per metro quadrato.

Fonte bolsenanew.it